Carnia: Giro dei tre rifugi e lago Volaia

Splendido anello con un tratto attrezzato sul versante sud-occidentale del Monte Coglians: 1100m, 5-6 ore, EEA. Variante corta Lago Volaia: 600m, 1:30, E.

Il Lago Volaia e sulla sinistra il Vloayerseehütte in terrotorio austriaco

I Monti di Volaia e il Monte Coglians formano la cresta di confine a est di Forni Avoltri e a nord di Rigolato in Val Degano. Una stretta valle sale tra questi due massicci, partendo dal Rifugio Tolazzi nei pressi della frazione di Collina, fino a raggiungere il Passo Volaia, valico sul versante austriaco. Al passo si trova il Rifugio Lambertenghi e appena oltre lo stupendo Lago Volaia. Dalla parte opposta del Monte Coglians, verso sud-est, si trova il Rifugio Lambertenghi. L’anello che collega questi tre rifugi è un’escursione classica delle Alpi Carniche, teatro tra l’altro di una nota gara di corsa in montagna, la Staffetta Tre Rifugi Skytrail, che si svolge ogni anno in agosto. La prima parte dell’anello, che unisce i primi due rifugi e conduce al lago Volaia, è semplice e alla portata di tutti; mentre la seconda parte che porta dal Rifugio Lambertenghi al Martinelli è più impegnativa e prevede una parte di ferrata, facile ma con alcuni tratti esposti. Il rientro dal Martinelli al Tolazzi, infine, si svolge a mezza costa in zona boscosa e non presenta nessuna difficoltà. Qui descrivo l’intero giro, ma anche la semplice gita al Lago Volaia con rientro per la stessa strada è senz’altro un’opzione valida.

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Carnia: Lago di Bordaglia e Passo Giramondo

Anello del Lago di Bordaglia e Passo Giramondo: anello+passo 900m – 5:00-6:00 – E

Lontano da qualunque rotta affollata, incastonato in una conca appartata a ridosso delle creste di confine, circondato da pascoli e abeti che si spingono fino alla riva, col suo colore smeraldo il Lago di Bordaglia è considerato uno dei laghi più belli di tutta la Carnia. Arrivarci non è affatto difficile, si raggiunge in un paio d’ore di camminata partendo da una frazione subito a nord di Forni Avoltri, lungo la valle del Torrente Degano. Qui descrivo un percorso ad anello (è più un quadrato, sulla cartina) che consente di andare e tornare per strade diverse, visitando inoltre il vicino e più piccolo Lago Pera, più una facile digressione fino al Passo Giramondo sul confine con l’Austria. Non ci sono punti di ristoro, quindi è obbligatorio il pranzo al sacco.

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Carnia: Monte Peralba

Via normale al Monte Peralba salendo dal Rif. Calvi e Passo Sesis (salita 900m – 3:00 – EE) con rientro ad anello attraverso il Passo dei Cacciatori (anello 6:00). [Variante senza ascensione al Peralba: anello Calvi – Sesis – Cacciatori – 400m – 4:00 – E][Variante solo Rif. Calvi – 350m – salita 1:00 – T]

Il Monte Peralba è una delle cime più note della Carnia e la più alta di Sappada, con i suoi 2694m. Appartiene a un piccolo gruppo che domina da nord la Val Sesis, proprio sopra le sorgenti del Piave. Il gruppo comprende, oltre al Peralba, il monte Avanza e alcune vette minori e si salda a nord alle creste di confine attraverso il Passo dell’Oregone. La via normale al Peralba è una facile ascensione adatta a escursionisti esperti, che non richiede attrezzatura ma presenta alcuni passaggi di arrampicata (molto facile e non esposta) e alcuni tratti di sentiero esposto in prossimità della vetta. Questa via è nota anche col nome di Sentiero del Papa per essere stata percorsa da Papa Giovanni Paolo II nel 1988, all’età di 68 anni. Qui descrivo l’ascensione al Peralba per questa via – salendo dalle sorgenti del Piave al Rifugio Calvi, quindi al Passo Sesis e infine in vetta – seguita da un anello che dal Passo Sesis aggira il Pic Chiadenis, raggiunge il Passo dei Cacciatori e torna in valle per una ripida gola selvaggia seguita da un traverso per prati e boschi. Varianti più semplici di questa escursione si possono avere tralasciando la salita al Peralba e percorrendo subito l’anello per il Passo Sesis, oppure limitandosi alla sola salita al Rifugio Calvi con rientro per il percorso dell’andata.

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Carnia: Val Pesarina – Rifugio De Gasperi

Facile escursione nel bosco fino al Rifugio De Gasperi ai piedi del Creton di Clap Grande e in posizione panoramica sulla Val Pesarina – salita 550m – 1:30 – T. Bambini: sì!

L’orologio carillon di Pesariis, davanti alla chiesa, suona due volte al giorno.

La Val Pesarina è una delle valli principali della Carnia, famosa per il suo centro principale Pesariis, paese degli orologi. Sede di una storica fabbrica che pare abbia dato orologi alle stazioni ferroviarie di tutto il mondo, il piccolo borgo offre un interessante percorso guidato tra orologi di ogni genere e merita senz’altro una visita. A parte ciò, la valle è un’ottima base per ascensioni ai monti del Clap a nord e a più modesti rilievi montuosi a sud. Benché i centri abitati si trovino tutti a quote piuttosto modeste (Pesariis è il più elevato a 758m), la parte alta della valle si spinge a ovest fino al Valico di Cima Ciampigotto (1790m), da cui è possibile sia raggiungere il Cadore, sia la splendida zona di Sauris a sud; e si congiunge a nord tramite la Forcella Lavardet (1541m) alla Val Frison che conduce verso il Cadore e Sappada.

Il Rifugio De Gasperi rappresenta il punto di appoggio principale per le ascensioni alle cime del Clap, le ferrate che ne percorrono le creste e le traversate verso Sappada. Anche per chi non ha ambizioni di grandi imprese in quota, il De Gasperi rappresenta una piacevole e facile meta per una giornata nella natura e un gustoso pranzo in compagnia dei suoi giovani gestori. Sulla parte alta del percorso e al rifugio stesso si incontrano numerosi folletti di legno che stimolano grandi e piccini a proseguire e scoprire i misteri del bosco.

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Carnia: Laghi d’Olbe e Monte Lastroni

Splendida escursione da Sappada (Val Sesis) ai Laghi d’Olbe (salita 550m – 2:00 – T) ed estensione al Monte Lastroni (salita +300m – +1:00 – E)

Questa escursione è probabilmente la più bella che si riesce a fare nei dintorni di Sappada. Allo splendore dei luoghi visitati si unisce la varietà del paesaggio – dal letto del Piave al bosco fitto, ai morbidi pascoli, all’incanto dei laghetti, alla ruvidezza dei sentieri di alta montagna e della nuda roccia – e l’interesse storico per i luoghi che sono stati teatro del fronte del Piave durante la Grande guerra. Il percorso si snoda sul “Sentiero delle portatrici”, lungo il quale le donne della valle portavano gli approvvigionamenti ai soldati di stanza al fronte sul Monte Lastroni. Nella parte alta del percorso, al di sopra dei laghi, sono numerosi i resti delle postazioni militari. La parte fino ai laghi è facile e per tutti (quelli che amano camminare); l’estensione al monte Lastroni è solo minimamente più impegnativa per via del sentiero di alta montagna e specialmente per gli ultimi metri sulla roccia: in realtà c’è un solo passaggio (non esposto) che richiede l’uso delle mani e basta fare un minimo di attenzione a muoversi nella zona di vetta. Anche se non avete intenzione di arrivare fino in cima al Lastroni, consiglio di fare almeno un tratto di questo sentiero (facile) per visitare i resti delle postazioni. Non ci sono rifugi o malghe con servizio ristoro, quindi bisogna portare il cibo con sé (e sempre abbondante acqua).

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Carnia: Malga Tuglia

Facile gita da Cima Sappada a Malga Tuglia: dislivello 320m – tempo salita 1:30 – difficoltà T. Estensione ad anello per il Passo Geu (difficile): dislivello 600m – tempo totale 4:00 – difficoltà EEA.

Malga Tuglia è una delle tante malghe (o casere) raggiungibili da Sappada e dintorni. Situata a 1600m in posizione panoramica ai piedi del Monte Tuglia, si tratta di una malga vera, che produce e vende i propri formaggi e offre inoltre un buon servizio di ristorante con piatti della tradizione locale. La malga è raggiungibile facilmente sia da Cima Sappada che dalla zona Biathlon sopra Forni Avoltri, in parte per strada forestale e in parte per sentieri nel bosco in entrambi i casi. I percorsi diretti sono davvero semplici e adatti a tutti (più impegnativo per il dislivello quello da Forni Avoltri). Qui descrivo l’accesso da Cima Sappada, inclusa una variante ad anello per il Passo Geu, che richiede un breve passaggio per sentiero attrezzato e attraversa un canalone molto selvaggio.

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Fantascienza?

[Avvertenza: questo articolo contiene spoiler.]

Chi ha visto l’ultimo James Bond? Il cattivone di turno minaccia l’umanità con un’arma cyberbiologica costituita da nanobot: minuscole creature cibernetiche programmate per uccidere un individuo o un determinato gruppo di individui, essendo completamente innocue per tutti gli altri. Che fantasia eh. In realtà, ci aveva già pensato diversi anni prima lo scrittore Hugh Howey. Nella sua Trilogia del Silo, pubblicata tra il 2011 e il 2013 (se pensate di leggerla smettete qui), un uomo politico – che si sente Dio – ritiene che l’umanità sia definitivamente degenerata e la stermina con un bombardamento di nanobot, salvando solo piccoli gruppi rinchiusi in microcosmi isolati, senza la possibilità di comunicare né sapere cosa c’è là fuori. I nanobot pervadono tutta la storia, ma questo si scopre solo nel secondo libro. E non dite che non vi avevo avvertito.

Il fatto è che i nanobot non sono un’invenzione di fantasia.

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Riflessioni sulla guerra

Non conosco la guerra, sono fortunato, ho vissuto sessant’anni in tempo di pace. Conosco i racconti da bambini dei miei genitori. So di quando arrivavano i bombardieri su Genova. Al suono della sirena mia mamma correva al rifugio nelle cantine del collegio, che sarebbero crollate schiacciando alunne e suore alla prima bomba. Quella bomba che per fortuna non picchiò mai da quelle parti. E so di quella volta che mio papà fu messo al muro dai tedeschi, ma poi per fortuna fu lasciato andare. Molti anni dopo, in punto di morte, i mitra spianati dei nazisti tornavano ancora nei suoi incubi. Non conosco la guerra, ma una cosa l’ho capita: la guerra è prima di tutto un fatto pratico. Lo sapeva bene Gino Strada, che di fronte alla guerra tirava fuori i suoi ferri da chirurgo e curava i feriti senza fare domande. Quando la guerra ti entra in casa spazza via l’essenziale: cibo, acqua pulita, un tetto sopra la testa, vestiti per coprirti, un posto caldo dove stare, un letto per dormire. Allora quelle diventano le uniche cose importanti, insieme alla tua vita e a quella dei tuoi cari.

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Memoria

Quando ero piccolo, a metà degli anni sessanta, era passato troppo poco tempo. Vent’anni sono pochi per certe cose. Le leggi razziali e il pregiudizio popolare avevano scavato a fondo nelle menti e nelle pance degli italiani. Anche se da noi lager non ce n’erano stati. O forse proprio per quello. Non c’era abbastanza vergogna per l’orrore che si era consumato e a cui anche noi avevamo contribuito.

Fatto sta che quando la mamma mi raccontava del ramo ebreo della mia famiglia paterna lo faceva sottovoce. Non capivo, le chiedevo perché. Rispondeva qualcosa di vago. Ebreo non si sapeva ancora bene se fosse una parola normale, una cosa da tenere nascosta, oppure un insulto.

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La triste storia del software per il greenpass

Questo è un post a tema informatico e potrebbe anche intitolarsi “Il disastro della digitalizzazione nella Pubblica Amministrazione”. Ma tant’è picchiamo sempre sull’attualità.

Per farla breve, il software per gestire il greenpass è stato progettato coi piedi e solo da pochi giorni ci hanno messo una pezza. Ci sono voluti mesi per accorgersi di una falla eclatante e la pezza l’hanno messa come potevano. Che sarebbe tutto da buttare e rifarlo da capo, ma a questo punto non si può.

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Due questioni sul COVID

Chiacchierando con un’amica che lavora in ospedale mi sono chiarito un paio di questioni che mi sembrano rilevanti a questo punto della pandemia (quarta ondata? sto perdendo il conto) e delle quali si parla abbastanza poco. Dato che detesto le statistiche fatte da miocuggino, premetto che quanto segue si riferisce solo all’esperienza della mia amica nella struttura in cui lavora e forse in altre strutture che conosce e che ciò non autorizza ad estendere automaticamente queste considerazioni a livello di regione Liguria / Italia / mondo, benché molti indizi segnalino che tale estensione sarebbe sensata o se non altro meriterebbe un approfondimento.

La prima questione riguarda la letalità del virus e il modo in cui si raccolgono i dati; la seconda riguarda l’impatto sulle strutture sanitarie. Ritengo la seconda più rilevante, ma le espongo in quest’ordine perché alcune implicazioni della prima influenzano la seconda.

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Fare e no

Osservo una diffusa tendenza a pensare che la responsabilità personale sia legata al fare qualcosa in senso attivo. Mentre il non-fare viene assunto come uno scarico di responsabilità. Per qualche recondito meccanismo psicologico le due cose non vengono messe sullo stesso piano.

Di fronte a questa asimmetria, tutte le considerazioni razionali diventano vane. Anche quando sia possibile quantificare i pro e i contro di ciascuna delle opzioni, uno dei piatti della bilancia verrà sempre gravato dal peso della responsabilità e l’altro no.

Mi pare che troppi non abbiano capito che nella vita siamo responsabili di tutto quello che facciamo, ma anche di tutto quello che scegliamo di non fare. Non si possono scaricare le proprie responsabilità. Al più ci si prende la responsabilità di comportarsi da irresponsabili.

Di virus e vaccini

Da un anno e mezzo tutti parliamo delle stesse cose senza capirci un accidente. Siamo immersi in una questione che condiziona le nostre vite e di cui non sappiamo quasi nulla. I pochi che ne capiscono, troppo spesso litigano tra loro. Tra i molti che non ne capiscono, invece, troppi fanno finta di capirne.

Tanto per chiarire, io non ne capisco. Non ho mai studiato biochimica o immunologia, figuriamoci virologia. Le poche nozioni di chimica che ho (dimenticato) risalgono alle superiori. Ho però qualche vantaggio rispetto alla maggioranza: sono abituato a trattare questioni complesse, a leggere, studiare e qualche volta persino scoprire, e poi a spiegare quel che ho capito. Non faccio praticamente altro da una quarantina d’anni. Questo mi dà un altro vantaggio: sono conscio della mia profonda ignoranza e se non capisco una cosa, di solito capisco che non la sto capendo.

Così, stufo di questo stato di cose, ho pensato di studiare un po’, alla buona eh, come facevano gli studenti svogliati sui Bignami ai miei tempi. Questo è un resoconto tra il divulgativo e lo scherzoso del poco che ci ho capito. Non pretendo di spiegare cose che neppure io so. Al massimo di fornire qualche informazione in più per sostenere una conversazione generica in materia, sperando di non aver commesso errori marchiani.

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Val Badia: Il lato veneto del Sennes

Giro ad anello dal Rifugio Sennes alla scoperta del versante veneto dell’altipiano del Sennes, con rientro al Rifugio Fodara Vedla. Dal Sennes 4:00-5:00 (+ 1:45 di avvicinamento) – 500 m di salite in totale (+ 550 m avvicinamento) – E.

L’altopiano del Sennes fa parte del parco naturale Fanes-Sennes-Braies. Ho già descritto l’accesso dal lato di San Vigilio di Marebbe e i suoi rifugi sul versante ladino qui. Questa volta, arrivando comunque da quel lato, ci siamo spinti nel versante veneto fino al Rifugio Biella, ai laghetti di Foses e alla Val Salata, per poi passare dal lago di Rudo e tornare al Fodara Vedla. Giro senza particolari difficoltà tecniche, faticoso nella seconda parte per il saliscendi a cui obbliga l’attraversamento della Val Salata, ma vale davvero la pena.

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Val Badia: Longiaru – Ütia Ciampcios – Medalges Alm

Facile camminata da Longiaru a Medalges, sotto le creste orientali delle Odle; estensione ad anello e rientro per la Valle dei Mulini. 1:15-2:15, 500-900 m salita, secondo destinazione e itinerario. Bambini: sì

Le Odle sopra Medalges

Questa camminata, poco più di una passeggiata per chi è abituato a camminare molto, è adatta a tutti e porta alla scoperta di zone stupende nell’alta valle di Longiaru. Pur essendo una meta molto popolare, è relativamente poco frequentata rispetto alle mete di analoga difficoltà in Alta Val Badia e offre due ottimi punti di ristoro adatti a tutte le esigenze1. Il percorso è relativamente dolce e adatto ai bambini; adatto anche al passeggino, evitando il tratto di sentiero qui descritto e mantenendosi sempre sulla carrabile.

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Val Badia: Antersasc e Crep dales Dodesc

Salita da Longiaru (1450 m) alla conca di Antersasc (2050 m) e al Crep dales Dodesc (2384 m) – 2:30, 950 m, E

La Gardenaccia, il Puez e sotto gli alti pascoli, salendo al Crep dales Dodesc

La Valle di Longiaru nella parte alta si biforca in due rami: il ramo a destra sale verso Medalges, sotto l’estremità orientale delle Odle, fino alla Furcela de Furcia (Kreuzjoch), quello a sinistra sale alla conca di Antersasc fin sotto il Puez e da qui alla Forcela de Puez, da cui si possono raggiungere il Rifugio Puez, la Gardenaccia e la stessa cima Puez. La piccola catena di creste che separa questi due rami è un’appendice che si stacca verso nord-est dal massiccio del Puez e ha un aspetto abbastanza peculiare: dal versante sud salgono pendii erbosi relativamente dolci, mentre da quello nord le pareti rocciose precipitano a picco sulla valle con un salto di molte centinaia di metri. Il Crep dales Dodesc è la cima estrema di questa catena e l’unica raggiungibile con un sentiero. La sua sommità consiste di un grande prato quasi in piano che termina improvvisamente sull’abisso. Questo ramo della valle di Longiaru è molto amato dai locali e poco noto ai turisti, tant’è che difficilmente si incontra molta gente sui sentieri che lo percorrono. La conca di Antersasc è un posto incantevole per rilassarsi e fare un picnic e il Crep dales Dodesc è un punto panoramico formidabile. Come a volte ci capita, siamo partiti per una gita facile fino ad Antersasc, poi ci siam fatti tentare dalla freccia che portava alla vetta.

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Val di Funes: Sotto le Odle

Facile giro ad anello dei rifugi delle Odle – salita 2:00, 400 m – giro completo 3:00

Il gruppo delle Odle visto da sopra la Geschnagenhardt alm

Da un pezzo volevamo fare una scappata in Val di Funes, proprio sotto a quelle montagne che avevamo sempre e solo visto di sguincio dal versante orientale. La Val di Funes è bellissima e Santa Maddalena è una perla incastonata in cima alla valle, sotto le cime aguzze delle Odle, ma…

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Val Badia: Sul Pares

Salita de Spëscia al monte Pares (2396 m), per una strada più lunga del solito, attraverso un bosco incantato e accanto a rocce colorate – 2:30, 850 m – EE

È andata così. Il tempo non prometteva niente di buono, ci siamo alzati tardi e svogliati e ci siam detti: facciamo una cosa facile, saliamo al Rit, mettiamo le gambe sotto il tavolo e gustiamoci un piatto della cucina di Ilenia. Ma siccome questa gita l’avevamo già fatta decine di volte, abbiamo scelto un giro più lungo, per un sentiero che non avevamo mai percorso. Poi quando ci siamo trovati a un bivio a dieci minuti dal rifugio, ci siam detti: perché non proviamo a salire al Pares, che sono anni che non ci andiamo. E da qui è incominciata l’avventura.

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Non cielo dikono?

Questo articolo parla delle reazioni avverse ai vaccini e dell’uso distorto di dati pubblici da parte della propaganda no-vax. L’articolo si perde in numeri, che in buona parte sono numeri farlocchi, pur basandosi su dati corretti, proprio per mostrare il tipo di manipolazione che viene fatta per portare a un risultato predeterminato. Della serie dimostro quel che voglio dimostrare, non quel che viene fuori dai dati, ma ti racconto che sono i dati a dirlo. Per chi non avesse voglia di leggere, le conclusioni dell’articolo sono le seguenti:

  • Dati corretti lasciati in mano a incompetenti o ancor peggio a persone in malafede possono diventare una tremenda fonte di disinformazione, tanto più subdola per la presunta aura di ufficialità.
  • Usando i conti farlocchi dei no-vax e il loro stesso modo di procedere, si “dimostra” (con moltissime virgolette) che comunque conviene di gran lunga vaccinarsi, essendo il rischio di morire per un vaccinato (inclusi i rischi per gli effetti avversi calcolati col loro metodo) oltre venti volte inferiore che per un non vaccinato.

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